15 Ottobre: auguri a Philippe Leroy

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Il suo nome resta per molti italiani legato all’interpretazione che diede di Yanez de Gomera nello sceneggiato televisivo Sandokan, realizzato da Sergio Sollima riprendendo i racconti di Emilio Salgari.

Nel 1947 il diciassettenne Philippe, rampollo di grande famiglia, uscito dal collegio dei Gesuiti di Montplellier, parte per fare il giro dell’America  con lo zaino in spalla, impara l’inglese e il potere dell’eros, la felicità di dormire sotto le stelle e il fascino dell’avventura. A Parigi lo aspetta la maturità ma non è uno studente modello. Sfoglia, come scrive lui, il codice civile e penale. “Ero il perfetto buono a nulla, mi dicevano i parenti, ma è meglio essere un buono a nulla piuttosto che un tocca tutto, almeno così non si fanno danni. Iniziavo a praticare uno sport che farà di me un atleta, il rugby, che in seguito mi avrebbe consentito di rispondere alle provocazioni.

Fedele al suo motto, “Prendi il treno che passa senza sapere dove scenderai”, cerca la sua strada nel mondo. Ama la bellezza e ha le mani bucate, è rissoso e passionale. Il futuro attore inizia a darsi da fare come rappresentante di cartoline, fa l’esame per diventare assistente di volo, lavora agli annunci economici della France Agricole. Ma i problemi di mucche e galline non lo appassionano, a 21 anni Leroy è pronto per il servizio militare. Lo aspetta la guerra: Hanoi, Tonchino, le lunghe marce, la sete, la paura, le azioni fulminee  (“Dopo tanti anni – scrive – mi ronza ancora nelle orecchie il grido disumano di quello che ho colpito in pancia”). Guarda la morte in faccia, ma il tenente Leroy è un uomo che sa vivere: ad Hanoi noleggia tutti i risciò a pedali e organizza una gara di corsa, ha una fidanzatina vietnamita. Scrive: “A volte con il tenente B. andavamo anche a fumarci una o due pipe di oppio, senza esagerare: eliminavamo così la pesantezza dei nostri corpi stremati. Lo incontrerò più tardi, in un bar degli Champs Elysées dove mi aveva dato appuntamento, per propormi di entrare nei ‘Baffuti’, come lui chiamava il Servizio segreto militare. Non se n’è più fatto niente. Mi sa che davo troppo nell’occhio”.

La faccia scolpita, il fisico d’atleta, nel giovane Leroy convivono il giovane concreto e lo snob, capace di tuffarsi con la sua Dyna Panhard decappottabile solo per vedere se galleggiava. “Sono un provocatore! Ho sempre detestato l’attribuire valore ai soldi, alla proprietà, l’addormentarsi sognando una Porsche Carrera. Nella mia breve vita ho costruito cinque case con le mie stesse mani e non ho mai rimpianto di averle perse. So vivere sotto una tenda, anche se oggi mi fanno abbastanza male le ossa”.

Una vita estrema. Dal Costa Rica dove raggiunge uno zio ambasciatore ai piccoli lavoretti, al ritorno come volontario sotto le armi – parte per la guerra in Algeria – Leroy cerca il suo posto nel mondo, spinto dalla curiosità. Il cinema gli spalanca le porte grazie all’amico Jean Becker, che gli presenta il padre Jacques. Fare l’attore, quello che all’inizio considera “un lavoro da femminucce”, segna una svolta nella la sua vita. Col golpe in Algeria viene schedato, parte per l’Italia. Sono gli anni Sessanta, della Roma notturna, delle cene da Otello, del cinema d’autore, Leroy conosce tutti e inizia a lavorare.

Bolognini lo sceglie per Senilità, seguono commedie, western e film dimenticabili; quello che colpisce in questa autobiografia senza reticenze è che Leroy non si ferma mai. Impara a fare il mangiafuoco e parte con il circo; impara a costruire case dal niente e vive anche in roulotte. Però con l’Italia, dove vive da 45 anni, il legame è speciale; presta il volto a Leonardo da Vinci nello sceneggiato di Castellani, ma il ruolo che lo rende “mitico” e lo fa amare dal grande pubblico (all’epoca trenta milioni di spettatori) è Yanez de Gomera, l’amico corsaro di Sandokan che interpreta nel kolossal di Sergio Sollima, tratto dal libro di Salgari. “Come mi  sentivo bene nei suoi panni – scrive l’attore – evidentemente specchiandosi nell’avventuriero fascinoso che in Malesia, la sigaretta all’angolo della bocca, vive tante vite diverse. “I sei mesi trascorsi in Malesia e a Madras (oggi Chennai) – confessa – nei giganteschi studi di Bollywood per le scene d’interni, restano il più bel regalo che mi abbia fatto il cinema”.

Ribelle, soldato, patriota, avventuriero, cittadino del mondo, scultore, attore, paracadutista – la sua vera passione – Leroy con quasi duecento film alle spalle, è ancora innamorato della libertà. Lo dice lui stesso: “Non è facile per le donne starmi accanto”, e di donne ne ha avute tante. Chiude il libro con la considerazione che “un attore è una cometa”. “Si comincia col dire: ‘Come si chiama questo giovane attore?’, ‘Philippe Leroy’. Seconda frase: ‘Toh, ecco Philippe Leroy’. Terza frase: ‘Oh! Assomiglia a Philippe Leroy’. Ultima frase: ‘Come si chiamava quell’attore?… Ma sì, dai, si lanciava col paracadute… per poi sparire per sempre con il seguente epitaffio: Philippe Lereoy-Beaulieu nato a Parigi il 15 ottobre 1930. Disperso”.

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Ha interpretato numerosi lungometraggi, fotoromanzi e fiction e ha diviso la sua carriera tra Francia e Italia. La sua più celebre interpretazione in una fiction televisiva è quella legata al grande sceneggiato La vita di Leonardo da Vinci del 1971 di Renato Castellani. Un’altra sua celebre interpretazione è quella di Yanez de Gomera, il compagno di Sandokan, nell’omonimo sceneggiato del 1976.

Tra le sue altre interpretazioni State buoni se potete di Luigi Magni (1983), dove Leroy interpreta Sant’Ignazio di Loyola, al fianco di Johnny Dorelli (San Filippo Neri) e Renzo Montagnani (Mastro Iacomo/Satana), e il noirpoliziottesco Milano calibro 9 di Fernando Di Leo (1972), al fianco di Gastone Moschin e Mario Adorf. È apparso inoltre anche nel film Nikita di Luc Besson (1990).

Nel 1990 si è sposato con la giornalista Silvia Tortora, figlia del conduttore televisivo e uomo politico Enzo.

Nel 1997 ha interpretato un cameo nella serie Noi siamo angeli con Bud Spencer e Philip Michael Thomas, mentre nel 2008, 2009 e 2011 partecipa alla sesta e alla settima stagione di Don Matteo con Terence Hill, nel ruolo del vescovo.

Philippe Leroy ha una grande passione per il paracadutismo, che pratica fin da giovane.[1] Fa parte della sezione paracadutismo della S.S. Lazio, ed è anche sostenitore della squadra di calcio biancoceleste. Nel 2010 in occasione del Parashow 2010, presso l’aeroporto di Roma Urbe, Philippe Leroy ha festeggiato il proprio 80º compleanno con un lancio in paracadute.

Nell’aprile del 2012 (all’età di 82 anni) è stato per 12 giorni in Afghanistan con il contingente italiano, “un parà tra i parà”, come gli dicevano i ragazzi della Folgore, uscendo in missione con loro in alcune occasioni.




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