Teatro – Una famiglia quasi perfetta

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Teatro – Una famiglia quasi perfetta

Si può narrare le vicissitudini della famiglia su un palco di teatro? Si può sorridere pensando alle incongruenze della vita quotidiana? Ci si può divertire affrontando qualcuno dei temi più scottanti della nostra cronaca? Si può invitare il pubblico a qualche agrodolce considerazione sul tempo in cui viviamo? Si può aiutare la gente a capire i veri valori da un palcoscenico?
Questo è l’intento (per noi ben riuscito) di Carlo Buccirosso che ha messo in scena come autore, regista e protagonista la commedia “Una famiglia quasi perfetta”
La storia è lineare: “In una piacevole e tranquilla villetta residenziale, una pacifica famigliola – lui affermato psicologo, lei insoddisfatta casalinga – sembra vivere in apparente armonia assieme al loro figlioletto, adottato sin dall’età di sei anni, e che ora appare come il loro principale punto di riferimento, fino a quando un giorno un inaspettato evento arriverà a turbare la pace della loro esistenza: il padre naturale dell’amato e coccolato pargolo, che piomba nel tepore delle mura della casa a recriminare la paternità di suo figlio!
Sembra una normale vicenda legata alle difficoltà che l’adozione di un figlio a volte può arrecare, ma il disordine legislativo, la mancanza di una quotidiana tutela del cittadino, unite alla presunzione di convenienza che ormai regna nel nostro “bel paese”, e cioè che tutti siamo colpevoli di tutto salvo prova contraria, porteranno gli eventi sul precipizio di una normale tragedia quotidiana, a cui la nostra spietata battaglia esistenziale ci ha ormai tristemente abituati”
Un’idea geniale quella di Carlo Buccirosso nato a Napoli nel 1954, è attore, regista e autore teatrale e cinematografico. Spesso presente nei film e sceneggiati di Carlo Vanzina, nel ruolo stereotipato dell’uomo napoletano medio o piccolo-borghese, ma ha saputo essere anche un ottimo Cirino Pomicino ne Il Divo di Sorrentino e l’amico imprenditore di Jep Gambardella ne La grande bellezza. Coprotagonista per anni di Vincenzo Salemme sia a teatro che al cinema, e di Maurizio Casagrande e Nando Paone per diversi spettacoli e film: tra questi, …e fuori nevica! , L’amico del cuore e Premiata pasticceria Bellavista, realizzati principalmente per il teatro. È autore e interprete degli spettacoli teatrali Il miracolo di don Ciccillo, Napoletani a Broadway, I compromessi sposi, Una famiglia… quasi perfetta.
Nel 2015 ha vinto anche il David di Donatello come migliore attore non protagonista per il film Noi e la Giulia di Edoardo Leo.
Scenografie molto curate e dialoghi ricchi di battute intelligenti sulla confusione legislativa italiana per un argomento molto attuale: la famiglia. La migliore descrizione dello spettacolo viene dallo stesso Buccirosso: “L’idea di partenza nasce dal voler interpretare un personaggio che in scena uccidesse qualcuno che in qualche modo lo stava tormentando continuando sempre in scena il problema del dopo. In sostanza la mia idea era quella di scrivere una storia in cui un uomo usciva di galera per riprendersi il figlio , quest’uomo andava ad opprimere due genitori, che erano i genitori adottivi di suo figlio e durante una colluttazione quest’uomo (da me interpretato) moriva. Alla fine ho deciso di cambiare un po il mio ruolo cambiando il finale in cui l’uomo uscito di galera non muore. “Una famiglia quasi perfetta” l’ho scritta ad Ischia e nasce dal cuore.
Spero di emozionare sempre il pubblico, di creare un’atmosfera emotiva che colpisca al cuore, non voglio trasmettere alcun messaggio ognuno la coglie come vuole”.
“Ho scritto questa storia pensando all’adozione in genere e poi ho deciso di inserire nello spettacolo anche lo “stalking”, perché questo padre va a riprendersi suo figlio a modo suo, con le sue maniere eccessive. Lo fa presentandosi con il codice alla mano, affermando che, avendo una compagna sterile, la legge gli permette di cercare un’adozione legittima, che si chiama appunto adozione di maggiorenne, in modo da poter avere una discendenza legittima. Così riporta il codice, ma naturalmente non è possibile adottare un proprio figlio naturale: nella vicenda questo padre irrompe nella vita tranquilla di una famiglia che anni prima aveva adottato proprio suo figlio. Quindi, impugnando questo specifico articolo del codice, si fa strada in questa famiglia appunto, con prepotenza, dando il via a colpi di scena e sorprese.
Non riesco più a scrivere soltanto per far divertire. In questo copione, per esempio, dò più importanza ai valori umani, quello della famiglia innanzitutto; il suo crollo è un cancro delle nostre società”.

Cosa manca ad una “Famiglia quasi perfetta” per raggiungere la perfezione?
“Oggi alle famiglie credo che manchi quasi tutto, cioè le famiglie non sono più quelle di una volta. Io sono un grande nostalgico della famiglia vecchio stampo”.
Già, la famiglia, il padre, la madre, i bambini, l’essenza della famiglia che sta tanto cara a Papa Francesco. Una famiglia scomoda, attaccata dalle lobby ma forte della Fede.
Papa Francesco ha più volte parlato della sensibilità e della consapevolezza del dramma vissuto dall’infanzia che vive l’esperienza dell’abbandono quando non dell’abuso; e nel terzo capitolo di‘Amoris Letitia’ indica la scelta dell’adozione e dell’affido quale esperienza in grado di esprimere una particolare fecondità dell’esperienza coniugale (cf n. 82).
È nel cuore dell’Esortazione, il quinto capitolo di ‘Amoris Letitia’ dedicato all’amore che diventa fecondo, che ritroviamo alcune dei più significativi passaggi dedicati da Papa Francesco al tema dell’accoglienza adottiva e affidataria non senza aver chiaramente posto un chiaro quesito; il Santo Padre è consapevole di come tanti bambini siano rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro e ritiene vergognoso che qualcuno osi dire, quasi per giustificarsi, che sia stato un errore farli venire al mondo. “Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?” si chiede Papa Francesco (cf n. 166).
Sviluppando il paragrafo dedicato all’amore di madre e di padre, Papa Francesco richiama come ogni bambino abbia il diritto di ricevere l’amore di una madre e di un padre, entrambi necessari per la sua maturazione integra e armoniosa e che rispettare la dignità di un bambino significa affermare la sua necessità e il suo diritto naturale ad avere una madre e un padre. I genitori, uomo e donna, padre e madre, sono cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti, mostrando ai figli il volto materno e il volto paterno del Signore (cf n. 172), la medesima chiamata e missione dei genitori adottivi chiamati ad essere cooperatori di Dio Salvatore. Papa Francesco è peraltro consapevole di come il sentimento di essere orfani che sperimentano oggi molti bambini e giovani sia più profondo di quanto si pensi (cf n. 173).
Affrontando il tema della sterilità di molte coppie di sposi, nel paragrafo dedicato alla fecondità allargata, Papa Francesco ricorda come questa situazione comporti sofferenza insieme alla consapevolezza che il matrimonio non sia stato istituito soltanto per la cosiddetta procreazione (cf n. 178). Papa Francesco mentre evidenzia come l’adozione sia una via per realizzare la maternità e la paternità in un modo molto generoso, desidera inoltre “incoraggiare quanti non possono avere figli ad allargare e aprire il loro amore coniugale per accogliere coloro che sono privi di un adeguato contesto familiare. Non si pentiranno mai di essere stati generosi” (cf n. 179). Adottare – sottolinea Papa Francesco – è l’atto d’amore di donare una famiglia a chi non l’ha e per il Santo Padre è importante insistere affinché la legislazione possa facilitare le procedure per l’adozione, soprattutto nei casi di figli non desiderati, al fine di prevenire l’aborto o l’abbandono. Coloro che affrontano la sfida di adottare e accolgono una persona in modo incondizionato e gratuito, diventano mediazione dell’amore di Dio che afferma: “Anche se tua madre ti dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai” (cfr Is 49,15).
Papa Francesco richiama con estrema chiarezza come la scelta dell’adozione e dell’affido esprima una particolare fecondità dell’esperienza coniugale, al di là dei casi in cui è dolorosamente segnata dalla sterilità. A fronte di quelle situazioni in cui il figlio è preteso a qualsiasi costo, come diritto del proprio completamento, l’adozione e l’affido rettamente intesi mostrano un aspetto importante della genitorialità e della figliolanza, in quanto aiutano a riconoscere che i figli, sia naturali sia adottivi o affidati, sono altro da sé ed occorre accoglierli, amarli, prendersene cura e non solo metterli al mondo (cf n. 180).




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