EDITORIALI – IL TEMPO SI E’ FATTO BREVE DI FABIO ANNOVAZZI

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Editoria – “Speriamo si fermi un attimo per poter rifiatare, sta camminando con un ritmo mostruoso questa mattina.” Pensavo così, tra me e me, in una fredda mattina di inizio novembre mentre col cugino Gianfri facevamo gli ultimi cinquecento metri di strappo prima di giungere ad una agognata vetta della nostra amata valle. Ma nonostante nel mio cuore implorassi un minimo rallentamento, senza darlo troppo a vedere – il montanaro conserva sempre un pizzico di orgoglio anche quando è allo stremo – il cugino procedeva imperterrito con ampie falcate, sorpassando a manetta gli altri giovani escursionisti in zona. Sputavo sangue e sudore ma non ho mollato la sua scia di un millimetro sino alla cima. Ho barcollato come non mai, giungendo stremato ai piedi della croce. Senza dubbio una bella metafora per la vita, in quel mattino assolato. Allo stesso modo quante volte ho implorato al tempo di fermarsi, di darmi quiete, un attimo di siesta, e invece questi corre imperterrito senza tregua. So per certo che anche questo stessoistante, in cui scarabocchio due righe sulla tastiera, è un attimo in meno di vivere, per me e per i miei affetti più cari. Ritornare indietro non è possibile, macchine del tempo programmato per un’inversione a ritroso, nei periodi maggiormente felici dell’esistenza, non sono ancora state inventate, e né mai ne inventeranno. La sabbia della clessidra scorre rapida nella sua discesa, ed è agghiacciante non riuscire a bloccare il suo flusso continuo. Sin che si è in giovane età ci si pensa minimamente al correre impetuoso di giorni, mesi e anni, anzi sembra quasi che il tempo vada al rallentatore in certi frangenti; mammano si avanza con l’età, e la schiena si curva, la visione di vedersi sfuggire di dosso l’esistenza diviene cristallina nella mente. Quindi abbiamo tra le mani un dono prezioso e irripetibile, una miniera che sappiamo benissimo si esaurirà presto. Quando spreco tempo in fatuità senza alcun costrutto mi sento, col senno di poi, terribilmente in colpa, lo ritengo un peccato mortale tra i peggiori. C’è un modo però per poter quasi fermare gli orologi biologici umani, arrestandone le lancette, ed è quello di spremere ogni istante dell’arco vitale esattamente come si spreme un arancio, senza lasciare una goccia di succo nella buccia. Vivere intensamente ogni nanosecondo che ci è donato come se fosse l’ultimo, possibilmente in fraternità col prossimo a noi vicino, senza frenesia e angoscia, ma anche senza perdersi in quisquiglie patetiche. Si spreca tanto cibo nell’opulenta società attuale, ed è un delitto abominevole verso i poveri, ma oggigiorno si sprecano centinaia di ore, che mai più ritorneranno, in questo mondo virtuale. Quale orrore! La società modernista è felice se diveniamo sprecatori seriali di tempo, passando l’esistenza a strusciare un dito davanti al piccolo rettangolo, a cristalli liquidi, delle bermuda. Sazi (di cibo avariato e tossico) e disperati, persi con la mente in una scatoletta magica, mentre consumiamo invano ciò che ci resta da vivere. Non c’è un giorno che sia migliore degli altri, anche se il Vasco nazionale sosteneva in una sua canzonetta sbilenca negli anni novanta di odiare i lunedì, bisogna far fruttare pienamente tutte le 365 giornate dell’anno. Certamente i giorni festivi sono, nella normalità dei casi, i più gradevoli da trascorrere; ma assai deleterio risulta aspettare con ansia i fine settimana e le ferie augurandosi che arrivino presto, il tempo non torna sui suoi passi e alla fine si paga dazio per aver scialacquato istanti preziosi. “No, non perdertelo il tempo ragazzi, non è poi tanto quanto si crede”, affermava cantando Angelo Branduardi in una sua bellissima melodia scritta con sua moglie (Domenica e lunedì) una trentina di anni fa. Gli attimi presenti evaporano velocemente, galoppando scalcianti come dei cavalli imbizzarriti. Occorre non lasciarsi sfuggire di mano le briglie, tenendole saldamente, altrimenti veniamo trascinati a malis modis lungo il sentiero, bruciando annate intere, senza nemmeno rendercene conto.  

Rimane la memoria a venirci incontro, in certi frangenti torna prepotentemente ad affiorare a galla nel fiume dei pensieri,ricordandomi episodi di un passato che sembra avvenuto da poche ore. Tutto è accaduto in un soffio impetuoso di vento, con una tale rapidità da rimanerne sconcertati. Non sembra possibile essere arrivati alla soglia dell’età pensionabile e ancora vedere nello schermo della memoria, nitidamente, episodi di mezzo secolo fa, nel trapassato remoto. Sono immagini magari un pochino sbiadite, un vecchio film in bianco e nero con i figuranti che camminano buffi come marionette impazzite, ma ripensandoci sembra quasi ieri il momento in cui sono avvenuti certi avvenimenti di cui ho preso parte. Il nuovo e ampio tratto del piccolo traforo che porta all’ingresso del paese di origini della mia famiglia (Valtorta, provincia di Bergamo) è stato aperto nel 1976, così dice il cartello semi arrugginito all’ingresso, prima vi era un percorso tortuoso in una galleria stretta, quasi a imbuto ricurvo, in cui due mezzi motorizzati di buone dimensioni facevano fatica a passare insieme e si sfioravano. Sembra incredibile ma nonostante avessi pochissimi anni di vita, nemmeno tre, ricordo benissimo quando transitavamo in quel tunnel a gomito con la mitica Fiat 112 verde chiaro di mio papà, sarà forse stato per il gran mal d’auto che era in grado di provocarmi. Porto anche in groppa i ricordi altrui, anche loro rumoreggiano spesso alla porta della memoria per farmi capire che il tempo si è fatto breve. Quando ascolto con attenzione le vicende umane di cui vado ghiotto, assorbo e sgocciolo ricordi come una spugna inzuppata. Era ottuagenaria da un pezzo la zia Giovanna eppure sosteneva, con convinzione granitica, che i calendari fossero solo dei gran bugiardoni e non la raccontassero giusta: lei (classe di ferro 1912, vita travagliata al massimo) si rivedeva ancora in braccio a una tizia a me sconosciuta mentre era appena iniziato il primo conflitto mondiale. Lo raccontava talmente tanto bene, con enfasi e con fare particolareggiato, che la scena mi appariva come appena girata dalla cinepresa in diretta, o al massimo in differita.     Questo viaggiare vorticoso di secondi, minuti e ore porta in sa anche un’altra grande lezione che sovente dimentichiamo, lo diceva bene Don Raffaele, il parroco che mi ha sposato e ha battezzato il mio primogenito: stiamo al mondo tre giorni, vediamo di non passarli litigandone quattro. Facile a dirsi, più difficile ad applicarlo nella realtà quando ti pestano i calli dolenti dei piedi. La pace del cuore è un sommo bene su cui sorreggersi nell’eventuale vecchiaia e la si costruisce pian piano, giorno dopo giorno, evitando di accumulare rabbia inutile e passando oltre certe meschinità puerili. Il tempo è un galantuomo e rimette sempre le cose a suo posto: i pagliacci nei circhi e le maschere che coprono i volti le relega a carnevale.  Ogni alba che sorge e ogni tramonto col sole che scompare sono un dono gratuito di cui ringraziare l’Altissimo, spendendo bene ciò che c’è nel mezzo, questa è la lezione da trarre e il succo del discorso. Essere in ansia per il futuro nuoce gravemente alla salute così come guardare troppo negli specchietti retrovisori, me lo ripeto ogni giorno; il passato per quanto bello, mitizzato e idilliaco in certe sue sfaccettature, è opportuno che si arrenda al presente.  




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