Movienerd – Film: La Promessa dell’alba di Eric Barbier

La Promessa dell’alba – Dalla difficile infanzia in Polonia all’adolescenza a Nizza, per poi arrivare alla carriera da aviatore in Africa durante la seconda guerra mondiale… Romain Gary ha vissuto una vita straordinaria. Ma questo impulso a vivere mille vite, a diventare un grande uomo e un celebre scrittore è merito di Nina, sua madre. Sarà proprio il folle amore di questa madre possessiva ed eccentrica che lo porterà a diventare uno dei più grandi romanzieri del ventesimo secolo, e a condurre una vita piena di rocamboleschi colpi di scena, passioni e misteri. Ma quell’amore materno senza freni sarà anche un fardello per tutta la sua vita. Dall’omonimo romanzo autobiografico di culto scritto da Romain Gary, un film appassionante e commovente. Il film “La promessa dell’alba” di Eric Barbier con Charlotte Gainsbourg, Pierre Niney, Didier Bourdon, Jean-Pierre Darroussin, Catherine McCormack. «continua Finnegan Oldfield, Pawel Puchalski, Némo Schiffman, Alexandre Picot, Zoe Boyle, Lou Chauvain, Katarzyna Skarzanka, Marta Klubowicz.

Eric Barbier il regista, parla cos’ del suo film.

Come è nata l’idea di fare un film a partire dal romanzo La Promessa dell’alba?

“La promessa dell’alba è un romanzo che il produttore Eric Jehelmann desiderava adattare per il cinema da molto tempo. Me ne parlò la prima volta non appena seppe che i diritti sarebbero stati disponibili. Personalmente non conoscevo tutte le opere di Romain Gary, ma avevo letto alcuni dei suoi libri più importanti. Ai miei occhi Gary era soprattutto un personaggio romantico ed enigmatico, marito di Jean Seberg e creatore di quella formidabile mistificazione letteraria che è stata Émile Ajar. Gary è doppio, triplo, plurimo. Ambasciatore, cineasta, scrittore, si nasconde spesso sotto psedonimi, a volte è polacco, a volte russo, francese, o un ebreo la cui madre si reca dal Papa se qualcosa non va per il verso giusto e che si descrive regolarmente come un orientale, le volte in cui non si definisce come tartaro… La Promessa dell’alba, che ho letto per la prima volta al liceo, è un grande libro che offre un chiarimento formidabile sulla sua personalità inafferrabile. Il progetto mi ha incuriosito da subito e mi sono tuffato a capofitto nel progetto focalizzandomi su come realizzare al meglio l’adattamento di un libro simile”.

Quali sono le inquietudini che affliggono un cineasta quando ha a che fare con l’adattamento per il cinema di un grande classico?

“La promessa dell’alba è un racconto picaresco, un romanzo di avventura e di iniziazione che racconta 20 anni della vita di Romain Gary e di sua madre, i quali si imbattono in una vicissitudine dopo l’altra, viaggiando di paese in paese. La loro vita è un susseguirsi di occasioni afferrate o mancate, di incontri, di azzardi finiti bene e di azzardi finiti malamente. È una sovrabbondanza di situazioni. La materia prima del romanzo batte l’immaginazione e ci mette davanti ad una moltiplicità vertiginosa di scene. Per riuscire a mantenere l’essenza del romanzo è necessario pensare a una divisione per scene, riducendone la lunghezza di almeno due terzi. Ho sezionato il romanzo in piccole unità d’azione: alla fine del libro, ero arrivato a selezionare qualcosa come 876 unità… Era assolutamente necessario ridurre il tutto. O meglio, concentrarlo. Non ho smesso nemmeno un minuto di chiedermi fino a che punto fosse considerato accettabile o meno il tradimento nei confronti dell’originale. Volevo essere il più fedele possibile allo spirito del romanzo. Nel romanzo la continuità storica è totalmente sconvolta: si passa di continuo da un’epoca all’altra… Sì, è vero, soprattutto all’inizio del romanzo. Gary ha strutturato il romanzo in tre grandi atti: l’infanzia nell’Europa dell’Est, l’adolescenza in Franci e l’età adulta durante la guerra ma spesso, durante il racconto, troviamo dei momenti in cui si va avanti e indietro nel tempo: Gary lega così tra di loro le differenti epoche e ciò gli permette di analizzare e sviluppare diversi temi, idee e riflessioni sul suo passato. Questo espediente funziona molto bene in letteratura, ma è una strada non percorribile nel cinema. Ho dovuto, quindi, riorganizzare le mie unità d’azione seguendo l’ordine cronologico della storia prima di comprimere la sceneggiatura e riuscire ad avviare un approccio più cinematografico. La narrazione nel film risulta organizzata in un modo più classico rispetto al libro: questo espediente è stato necessario per dare maggiore risalto alla dimensione epica e iniziatica della storia narrata, volevo che lo spettatore potesse seguire tutto nel modo più semplice possibile”.

Adattare un libro è un esercizio di lealtà piuttosto particolare, che si è rivelato ancora più particolare trattandosi di un libro di Gary… Perché?

“Perché in la promessa dell’alba il vero e il falso, il reale e l’immaginario si mescolano continuamente. Si tratta di un racconto autobiografico in cui la memoria è sublimata e i ricordi ricostruiti. Alcuni episodi del libro che immaginavo come falsi si sono rivelati essere veri, mentre altri importanti avvenimenti della sua gioventù – scoperti solo dopo l’apertura degli archivi di Wilno nel 2014 in occasione del centenario della sua nascita, non sono mai stati menzionati. Ad esempio, Romain Gary aveva un fratello maggiore nato dal primo matrimonio di sua madre. Joseph ha passato un anno intero a Wilno con Romain quando quest’ultimo aveva all’incirca 10 anni, dopodichè Joseph è partito per Wiesbaden, dove è morto poco dopo a causa di una grave malattia all’età di 20 anni”.

In effetti, uno scrittore come lui non può smettere di adattare la sua storia nel raccontarla. “Esattamente. Attinge dalla materia reale del suo passato, ma poi la trascende per renderla epica e straordinaria. E lo fa rispettando questo strano vai e vai di epoche con countinui salti temporali. Un’altra delle principali difficoltà nell’adattamento consisteva nel rendere concreto il quadro in cui si sviluppa la storia. Se osserviamo bene il libro, ci rendiamo conto che i dettagli sono pochi. La realtà non è mai descritta con precisione ed è, in un certo senso, astratta e il contesto non è mai delineato. Se la scena si svolge a Wilno, cosa devo filmare esattamente? Cosa devo mostrare? Come si presenta il quartiere in cui vivono Romain e sua madre? Mi hanno accompagnato a fare delle ricerche senza tenere conto del libro, al fine di riuscire a rappresentare i luoghi e le persone evocate nel libro, oltre a rappresentare al meglio il tessuto sociale delle diverse città attraversate dai protagonisti. Per quanto riguarda Wilno, due libri in particolare mi hanno aiutato molto nelle ricerche. Il primo è “Yossik: Une enfance dans le quartier du vieux marché de Wilno”, 1904-1920, di Joseph BULOV: un gioiellino! Racconta la storia di un ragazzo a Wilno nel 1918 e, contrariamente al libro di Gary, questo è caratterizzato da minuziose e dettagliate descrizioni della città. Il secondo è un libro storico “Vilna, Wilno, Vilnius la Jérusalem de Lituanie” di Henri Minczeles. Sono letture, queste, che mi hanno permesso di ricreare la grana della realtà dell’epoca. Per me è stato fondamentale leggere libri di questo tipo, vedere delle fotografie e recarmi sul posto per potermi fare un’idea più precisa della location e dell’atmosfera che si respirava in quei luoghi”.

Spesso per fare riferimento a Romain e a sua madre utilizzi il termine “coppia”…

“Il film è  la storia di una coppia profondamente legata. Mi sono basato su questa idea. Nel romanzo sono presenti molte digressioni relative alla vita di Gary, ma io volevo restare concentrato sulla storia della coppia, perchè questo è il soggetto principale del racconto. Da qui parte l’elaborazione di tutto il film: tutto quello che accade intorno alla coppia. Questo è l’elemento che mi aveva maggiormente affascinato del romanzo. Il protagonista non ha amici e, nei rari momenti in cui li ha, questi scompaiono immediatamente. I personaggi di contorno sono solo delle sagome, più o meno consistenti, che restano ai margini del percorso che intraprendono Nina e Gary. Si tratta di persone che li amano e che danno loro aiuto, ma che non riescono mai a far parte del loro progetto. Soprattutto nel caso di Romain: «Devo far esistere mia madre, devo renderla una celebrità». Credo che tutto il libro ruoti attorno a questo desiderio, questa è la ragione dell’esistenza del romanzo stesso: volevo che il film lo rispecchiasse”.

Come hai dato forma a questo tema?

“Prima di tutto si tratta di una duplice promessa. Nina promette al figlio di amarlo sempre, non importa cosa possa accadere, e di sostenerlo in modo indiscriminato. In cambio Romain le promette che avrà successo e che diventerà famoso. Il film, quindi, parla di un figlio che si batte affinchè il sogno della madre si realizzi, da qui emerge anche il tema della giustizia e della vendetta. Gary vuole vendicarsi di tutte le ingiustizie che la madre ha subito. Si tratta di un sentimento elementare, presente nei bambini: la sofferenza di vedere i genitori sviliti e umiliati può generare in loro una rabbia potente. La scena, all’inizio del film, che vede la madre offesa dalla polizia e vittima di una violenza terribile e oscena segna un momento cruciale. Credo che il romanzo sia legato indissolubilmente a questa violenza, che agli occhi di un bambino assume delle dimensioni gigantesche, oltre a segnare la sua crescita personale. Arriva a pensare «Devo vendicare mia madre nella società. Mia madre è più forte di così, voglio che la gente sappia com’è realmente». La ragione per la quale scrive la promessa dell’alba è proprio ridare a sua madre il suo posto nel mondo, è l’unica cosa che può fare per lei. Anche questo purtroppo questo lo porterà a precipitare nella malinconia quando la madre morirà prima che lui riesca a mantenere la sua promessa. Un dolore che lo spettatore percepisce intensamente e che ritroviamo anche nelle pagine di Big Sur. La madre non verrà mai a conoscenza del fatto che il figlio sia diventato uno degli scrittori francesi più noti del XX secolo, che abbia avuto la nomina di Console, che sia ricco e abbia successo con le donne: Gary ha tutto quello che la madre voleva per lui ed è riuscito a diventare il personaggio che lei stessa aveva inventato”

La promessa dell’alba è la storia di una possessione…

“Romain Gary ha scritto frasi folli e decisive a questo proposito. Nel romanzo ha descritto sua madre come un personaggio eroico e che merita un posto nella storia”.

Nel libro ci sono pochi accenni al padre.

“Nel film invece è una figura totalmente assente. Confermo, ma non credo che questo sia un motivo di infedeltà verso il libro. In alcuni capitoli del libro si accenna a un possibile legame di parentela con Yvan Mosjoukine, celebre attore del cinema russo. In alcune interviste racconta di discendere dai tartari… Non si sa quale sia la verità, non dice mai ad esempio che suo padre era un pellicciaio. È presente qualche accenno sporadico al padre, per esempio Gary racconta il momento in cui ha ricevuto una lettera che lo informava della morte del padre ad Auschwitz. Nel film ho inserito la scena in cui, all’interno dell’abitacolo della macchina, Lesley Blanch gli domanda «Ma voi non parlate mai di vostro padre?» e Romain risponde «Non ho mai conosciuto mio padre, ma mio padre è diventato mio padre quando ho appreso della sua morte a causa di una crisi cardiaca ad Auschwitz, davanti alla camera a gas». L’oggetto del racconto è la costruzione di una figura materna assoluta e totalizzante. Rendere il padre invisibile nel film permette di mostrare che Nina ricopre il duplice ruolo di madre e padre. Non c’è spazio per nessun altro tra lei e suo figlio”.

Lo spettatore, vedendo questa madre con il suo amore mostruoso in bilico tra il sublime e il terribile, non può fare a meno di domandarsi: per suo figlio si rivela come una buona o una cattiva madre?

“Si tratta di un quesito onnipresente. Per tutta la sua infanzia e la sua giovinezza, Romain a vissuto circondato da un amore illimitato, ma ha avuto modo di confrontarsi anche con l’umiliazione, i litigi, le crisi. La madre lo mette spesso in imbarazzo e a volta arriva anche a essere violenta con lui. Abbiamo lavorato molto con Charlotte Gainsbourg su questo aspetto: l’amore incondizionato di una madre e la sua feroce richiesta. Di fronte al desiderio della madre, non ha altra scelta che seguirla e andare contro tutto e tutti. Il destino che la madre gli promette è grande, ma è stato pianificato con largo anticipo. Non è libero e non ha nessuno spazio per poter scegliere, è la madre a ordire e gestire tutta la sua vita. La madre ha anche un lato stravagante, bislacco, a tratti comico… Questa sua personalità produce delle situazioni improbabili, come quando vuole convincere il figlio a partire per Berlino per andare a uccidere Hitler, per poi cambiare fortunatamente idea. Ciò che apprezzo di Gary è che costruisce un personaggio, quello della madre, totalmente fuori dalle regole, a tratti al limite del mostruoso e dell’inqiuetante, e a tratti divertente e commovente, capace di risvegliare nello spettatore sentimenti comuni. Certo, non è che tutti abbiamo avuto una madre così ingombrante e megalomane, ma il romanzo vuole rivolgersi a tutti, perché tutti noi abbiamo condiviso durante l’infanzia un rapporto difficile con i desideri che i nostri genitori avevano per noi e il sentimento di vergogna che ne poteva derivare. Le scene del film in cui il figlio appare imbarazzato, a disagio e a volte sopraffatto dalla vergogna sono spesso divertenti perché legate agli eccessi della madre”.

 

 




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