L’ISIS vista dalla Russia ed il futuro della Siria

127

Aerei-britannici-riforniscono-di-armi-ISIS

L’Isis nasce come una cellula di al-Qaeda in Iraq nel 2013. In pochissimo tempo è cresciuto a dismisura, riuscendo a dichiarare guerra ad alcuni paesi. Nell’estate dello scorso anno i fondamentalisti conquistano Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq e dichiarano la nascita di un califfato che si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla provincia di Diyala, a est dell’Iraq, con una popolazione di sei milioni di persone. Nonostante fosse ad un livello embrionale, l’Isis già riceveva finanziamenti e rifornimenti da diversi paesi. Tra questi il Qatar, lo stesso paese che ospita il comando delle forze armate degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Dal Qatar sono stati trasferiti allo Stato islamico una somma di 300 milioni di dollari tramite conti correnti fittizi. Il principale conto era registrato in una banca svizzera a Berna (poi sequestrato). Proprio da questo fondo, l’Isis avrebbe attinto per porre le sue basi.

“Lo Stato Islamico, oggi, ha risorse finanziarie proprie. Oltre alle azioni tipiche dei terroristi (sequestri, estorsioni, opere d’arte), il califfato ricava cospicui utili dalla vendita del petrolio alla Turchia, Giordania e Siria”.

E’ strano come l’Occidente (così come una certa stampa) non si ponga questa domanda: il governo del presidente siriano Bashar Assad acquista il petrolio dallo Stato islamico a prezzi gonfiati. Perché? Proprio il contrabbando è la terza fonte principale di reddito dello Stato islamico.

“Mettono in scena degli spettacoli. Non sono mica stupidi. I terroristi distruggono delle copie in gesso. Il patrimonio trafugato è stato già venduto al mercato nero e magari è già esposto in qualche villa miliardaria”.

L’intero studio è un attacco agli Stati Uniti rei, secondo i russi, di aver creato lo Stato islamico.

“Suvvia. La coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, creata apparentemente per combatter lo Stato islamico, è una farsa. Dei 60 paesi membri, solo due o tre effettuano raid con truppe di supporto sul campo. Solo una nuova coalizione internazionale con Siria, Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Russia e Stati Uniti sarebbe in grado di sconfiggere lo Stato islamico. La leadership russa ha sottolineato questa idea più di una volta”.

Il bilancio dell’Isis? Centinaia di miliardi di dollari. Fondi illimitati che gli consentono di disporre di un esercito di 150 mila militanti a libro paga. Senza il sostegno esterno, lo Stato islamico non sarebbe mai stato in grado di mantenere i territori sequestrati”.

“Cosa è lo Stato islamico? lo strumento principale di Washington creato per destabilizzare la situazione in Medio Oriente. Lo scopo degli Stati Uniti è quello di stravolgere la situazione nella Regione con l’obiettivo finale di riconquistare posizioni chiave in Medio Oriente”.

Se cosi fosse, la strategia USA sarebbe chiara. Perché se l’Isis riuscisse a spodestare Assad, potrebbe poi rivolgersi verso l’Asia Centrale ed il Caucaso del Nord, da dove sarebbe in grado di rappresentare una minaccia alla sicurezza della Russia e della Cina.

Concludono gli analisti russi: “In Europa il piano ha funzionato. Centinaia di migliaia di profughi dalla Siria e dal Nord Africa richiedono costi colossali per sostenere il programma di assistenza, che porterà ad un danno economico nell’Unione europea. Gli Stati Uniti hanno potranno portare avanti facilmente il progetto di cooperazione transatlantica”.

La mossa di Putin, il premier russo che dimostra ogni giorno di più la sua statura di Statista, ha messo in difficoltà l’Occidente. Fare arrivare in Siria i militari russi a sostegno del regime di Assad e bombardare le zone della stessa Siria dove si sono insediati gli uomini dell’Isis ha scombinato i giochi a tutti. Di fatto, il leader russo ha inviato un chiaro messaggio a coloro i quali hanno fino ad oggi sostenuto, in modo per lo più occulto,  l’Isis.

Chi sarebbero i sostenitori dell’Isis? Il dubbio è che questi fondamentalisti facciano comodo a agli Stati Uniti d’America e a Israele, impegnati contro Assad. Il quale (al pari di Saddam Hussein) è di certo un dittatore, ma è al tempo stesso un ostacolo al dominio occidentale in Medio Oriente. E non è un caso che, com’è avvenuto in Libia contro Gheddafi, sia la Francia, su input di Washington, a partire all’attacco per riproporre uno schema che in Libia ha già provocato enormi danni. Non solo. La Francia, per la seconda volta, ha concorso a svuotare di significato il ruolo internazionale dell’Unione Europea (ammesso e non concesso che l’Unione Europea abbia una propria politica estera).

Putin è politico fine e stratega dalla visione ampia. Una diversità radicale dai suoi omologhi occidentali ed ha visto chiaramente nella crisi siriana una grande opportunità per scompaginare i giochi degli equilibri internazionali e dare finalmente al Cremlino quel ruolo determinante nel Mediterraneo cui ha sempre ambito, senza mai ottenerlo né al tempo degli Zar, né al culmine della potenza sovietica. Infatti, prima di muovere le sue truppe, Putin ha tessuto una complessa rete di relazioni con Egitto, Turchia ed Israele in prima fila; una rete destinata a sortire effetti ben oltre i limiti temporali dell’attuale contingenza siriana.

Chiaramente lo Zar mira, a breve termine, a mettere in sicurezza la costa siriana e in particolare la regione di Latakia – popolata da alawiti fedeli ad Assad – rafforzando le basi russe nel Mediterraneo, dove la presenza della flotta del Cremlino minaccia di sostituire, nel breve o medio termine, la VI Flotta statunitense, ormai smobilitata e trasferita, in gran parte, nell’Oceano Indiano. Al contempo Putin cercherà di mantenere il controllo di Damasco, obiettivo fortemente simbolico per i jihadisti sia dell’Is, sia del Fronte Al Nusra, filiazione di Al Qaeda, su cui sembravano voler puntare le loro carte tanto Washington che Parigi. Strategia che trova consonanza sia con l’egiziano Al Sisi – che sta reprimendo con durezza, soprattutto nel Sinai, i movimenti radicali salafiti di ogni estrazione – sia con le preoccupazioni di Bibi Netanyahu, per il quale Al Baghdadi ed Al Zawahiri rappresentano la padella e la brace, e che vede come il fumo negli occhi l’ambigua politica mediorientale di Obama. Al leader israeliano, poi, Putin sembra aver garantito di spendersi per depotenziare la minaccia rappresentata dalle milizie di Hezbollah, che sono sue alleate in Siria, dalla parte di Assad, contro l’Is.

Ad Erdogan chiaramente ha garantito, oltre ad un fondamentale accordo per il transito in territorio turco delle pipeline provenienti dalla Russia, di impedire la nascita di uno stato indipendente nel Kurdistan siriano. Cose che invece sembrerebbe nelle intenzioni di Washington e Parigi.

 

 




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.