28 Ottobre: sale al soglio pontificio Papa Giovanni XXIII

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Papa Giovanni – Il 28 Ottobre del 1958 è certamente una data che ha segnato la storia della Chiesa. Quel giorno di 62 anni fa salì al soglio pontificio il cardinale Angelo Roncalli con il nome di Giovanni XXIII meglio conosciuto come “Il Papa Buono”.

Il 28 ottobre 1958, con grande sorpresa della maggior parte dei fedeli, Roncalli fu eletto papa e, il successivo 4 novembre, fu incoronato, divenendo il 261º Sommo pontefice. Secondo alcuni analisti sarebbe stato scelto principalmente per l’età. Dopo il lungo pontificato del predecessore, i cardinali avrebbero infatti scelto un uomo che, per l’età avanzata e la modestia personale, presumevano sarebbe stato un papa di «transizione» Giunse inaspettato, invece, che il calore umano, il buon umore e la gentilezza di Giovanni XXIII, oltre alla sua esperienza diplomatica, conquistarono l’affetto di tutto il mondo cattolico e la stima dei non cattolici.
Molti cardinali si accorsero che Roncalli non era ciò che si aspettavano fin dalla scelta del nome pontificale: infatti Giovanni era un nome che nessun papa adottava da secoli, anche perché nella storia, dal 1410 al 1415, c’era stato un antipapa di nome Giovanni XXIII.
Inoltre, fatto che non succedeva dall’elezione di Pio IX, al momento dell’apertura della Cappella Sistina per l’ingresso di monsignor Alberto di Jorio, segretario del Conclave, quando il prelato si inginocchiò in segno di omaggio davanti a lui, il Papa (ancora vestito degli abiti cardinalizi) si tolse lo zucchetto e glielo posò in testa, fra la sorpresa dei cardinali presenti. Essi si accorsero, già da ciò, che il nuovo Pontefice sarebbe stato un uomo di sorprese e non un “vecchietto accomodante”. Scelse come segretario privato monsignor Loris Francesco Capovilla, che già lo assisteva quando era patriarca di Venezia. Capovilla stesso è rimasto, dopo la morte di Roncalli, un fedele custode della sua memoria.

Quando il cardinale Roncalli fu eletto ci fu una piccola controversia per decidere se doveva essere chiamato Giovanni XXIII oppure Giovanni XXIV. Lui stesso scelse la prima ipotesi, chiudendo la questione. La decisione di non assumere il numerale XXIV valeva da conferma dello stato di antipapa del primo Giovanni XXIII. La scelta venne presa, in un certo senso, sabato 27 settembre 1958 a Lodi dove il cardinale, in veste di legato pontificio per le celebrazioni dell’ottavo centenario di rifondazione della città, accolto dal vescovo Tarcisio Vincenzo Benedetti, visitò la quadreria della Sala Gialla del palazzo vescovile soffermandosi alla presenza di un quadro che ritraeva un papa in posa benedicente. Avendo chiesto di chi si trattasse e sentendosi rispondere “Giovanni XXIII”, Roncalli fece notare in modo bonario che non era conveniente tenere in un palazzo vescovile il quadro di un antipapa. Poi, di fronte all’imbarazzo dei presenti (primo tra tutti il vescovo Benedetti), soggiunse: “Fu un antipapa, ma ebbe il merito di indire il Concilio di Costanza, che restituì l’unità alla Chiesa dopo lo Scisma d’Occidente”. Nessuno immaginava che un mese dopo sarebbe toccato proprio a Roncalli troncare definitivamente la questione scegliendo l’ordinale XXIII accanto al nome da papa. Anni dopo si scoprì che quel quadro, tuttora conservato nel palazzo vescovile di Lodi, ritraeva in realtà papa Pio VI e non Baldassarre Cossa-Giovanni XXIII.

Angelo Giuseppe Roncalli nacque a Sotto il Monte, diocesi e provincia di Bergamo, il 25 novembre 1881. Venne battezzato lo stesso giorno, quartogenito di tredici figli. In parrocchia, sotto la guida dell’ottimo don Francesco Rebuzzini, ricevette una indelebile impronta ecclesiastica che l’avrebbe sorretto nelle difficoltà e animato nelle imprese apostoliche. Ricevuta la Cresima e la prima Comunione nel 1889, entrò nel Seminario di Bergamo nel 1892, dove rimase per gli studi classici e filosofici fino al secondo anno di teologia. Giovanetto quattordicenne iniziò la stesura degli appunti spirituali che lo accompagneranno, con diverse modalità, fino alla morte, e che sono raccolti nel Giornale dell’anima. La pratica della direzione spirituale assidua ebbe qui il suo inizio. Il 1° marzo 1896, il padre spirituale del Seminario di Bergamo, don Luigi Isacchì, lo ammise nell’Ordine Francescano Secolare di cui professò la Regola il 23 maggio 1897.

Dal 1901 al 1905 fu alunno del Pontificio Seminario Romano, godendo di una borsa di studio della diocesi di Bergamo per seminaristi meritevoli. Nel frattempo espletò per un anno il servizio militare. Venne ordinato sacerdote il 1° agosto 1904 a Roma, in Santa Maria in Monte Santo a Piazza del Popolo. Nel 1905 divenne segretario del nuovo Vescovo di Bergamo, mons. Giacomo Maria Radini Tedeschi. Fino al 1914 tenne tale ufficio, accompagnando il Vescovo nella visita pastorale, collaborando a molteplici iniziative pastorali: Sinodo, redazione del mensile «La vita diocesana»,pellegrinaggi, opere sociali. Fu insegnante in Seminario di storia, patrologia, apologetica. Nel 1910, nel riordino degli Statuti dell’Azione cattolica, il Vescovo gli affidò la sezione V (le donne cattoliche). Collaborò al quotidiano cattolico di Bergamo, fu predicatore, assiduo, profondo, efficace.
Furono gli anni dell’approfondito incontro con i santi pastori, San Carlo Borromeo (di cui pubblicherà gli Atti della visita apostolica compiuta a Bergamo nel 1575), San Francesco di Sales e l’allora Beato Gregorio Barbarigo. Furono gli anni del grande respiro pastorale appreso vivendo ogni giorno a fianco del Vescovo mons. Radini Tedeschi. Alla morte del Vescovo nel 1914 don Angelo continuò il proprio ministero sacerdotale come insegnante in Seminario e nei diversi ambiti della pastorale soprattutto associativa. All’ingresso dell’Italia in guerra nel 1915 fu richiamato come sergente di sanità. L’anno dopo divenne cappellano militare in servizio negli ospedali militari di retrovia e coordinatore dell’assistenza spirituale e morale dei soldati. A conclusione della guerra, aprì la «Casa dello studente» curando la pastorale studentesca. Nel 1919 fu nominato direttore spirituale in Seminario.
Nel 1921 iniziò la seconda parte della sua vita: quella a servizio della Santa Sede. Chiamato a Roma da Benedetto XV come Presidente per l’Italia del Consiglio centrale della Pontificia Opera per la Propagazione della Fede, visitò molte diocesi d’Italia organizzando Circoli Missionari. Nel 1925 Pio XI lo nominò Visitatore Apostolico per la Bulgaria, elevandolo all’episcopato con il titolo di Areopoli. Scelse come motto episcopale «Oboedientia et pax», programma che lo accompagnò sempre.
Ordinato Vescovo il 19 marzo 1925 a Roma, raggiunse Sofia il 25 aprile. Nominato successivamente primo Delegato Apostolico, rimase in Bulgaria fino al 1934, visitando le comunità cattoliche, intessendo rispettosi rapporti con le altre comunità cristiane. Fu presente con caritatevole sollecitudine durante il terremoto del 1928. Soffrì in silenzio incomprensioni e difficoltà di un ministero segnato dalla pastorale dei piccoli passi. Affinò la propria confidenza e l’abbandono in Gesù Crocifisso. Il 27 novembre 1935 venne nominato Delegato Apostolico in Turchia e Grecia. Il nuovo campo di lavoro era vasto e la Chiesa cattolica era presente in molte forme nella giovane repubblica turca, che si stava rinnovando e organizzando. Fu intenso il ministero verso i cattolici e lo stile di rispetto e di dialogo con il mondo ortodosso e musulmano lo contraddistinse. Allo scoppio della seconda guerra mondiale fu presente in Grecia devastata dai combattimenti. Cercò di offrire notizie sui prigionieri di guerra e mise in salvo molti ebrei servendosi del «visto di transito» della Delegazione Apostolica. Il 20 dicembre 1944 Pio XII lo nominò Nunzio Apostolico a Parigi. Durante gli ultimi mesi di guerra e i primi di pace aiutò i prigionieri di guerra, curando la normalizzazione dell’assetto ecclesiastico di Francia. Visitò i santuari francesi, partecipò alle feste popolari e alle manifestazioni religiose più significative. Fu osservatore attento prudente e fiducioso delle nuove iniziative pastorali dell’episcopato e del clero di Francia. Lo ispirava sempre la ricerca della semplicità del Vangelo, anche dentro le più complesse questioni diplomatiche. Lo sosteneva il desiderio pastorale di essere sacerdote in ogni situazione. Lo animava la sincera pietà che si trasformava ogni giorno in prolungato tempo di preghiera e di meditazione. Il 12 gennaio 1953 fu creato Cardinale e il 25 promosso Patriarca a Venezia. Fu lieto di potersi dedicare per gli ultimi anni della sua vita al ministero diretto della cura d’anime, desiderio che lo aveva sempre accompagnato diventando prete. Fu pastore sapiente e intraprendente, sull’esempio dei santi pastori che aveva sempre venerato: San Lorenzo Giustiniani, primo Patriarca di Venezia, e San Pio X. Mentre l’età avanzava, aumentava la confidenza nel Signore, dentro una laboriosità pastorale attiva, intraprendente, gioiosa.
Alla morte di Pio XII fu eletto Papa il 28 ottobre 1958 e assunse il nome di Giovanni XXIII. Nel suo quinquennio papale, apparve al mondo come l’immagine autentica del Buon Pastore. Mite e soave, intraprendente e coraggioso, semplice e attivo compì i gesti cristiani delle opere di misericordia corporali e spirituali, visitando i carcerati e gli ammalati, accogliendo uomini di ogni nazione e di ogni fede, esercitando verso tutti uno squisito sentimento di paternità. Il suo magistero sociale è contenuto nelle Encicliche «Mater et magistra» (1961) e «Pacem in terris» (1963).
Convocò il Sinodo Romano, istituì la Commissione per la revisione del Codice di Diritto Canonico, convocò il Concilio Ecumenico Vaticano II. Fu presente come Vescovo nella Diocesi di Roma, visitando parrocchie e chiese del centro storico e della periferia. Il popolo vide in lui un raggio della benignitas evangelica e lo chiamò «il Papa della bontà». Lo sosteneva un profondo spirito di preghiera; traspariva da lui, iniziatore di un rinnovamento nella Chiesa, la pace di chi confida sempre nel Signore. Si inoltrò decisamente sui sentieri della evangelizzazione, dell’ecurnenismo, del dialogo con tutti, avendo la paterna preoccupazione di raggiungere i suoi fratelli e figli maggiormente tribolati.
Morì la sera del 3 giugno 1963, all’indomani della Pentecoste, in profondo spirito di abbandono a Gesù, nel desiderio del suo abbraccio, circondato dalla preghiera corale del mondo, che pareva essersi raccolto intorno a lui, per respirare con lui nell’amore del Padre.
Giovanni XXIII fu dichiarato beato da Papa Giovanni Paolo II, il 3 settembre 2000 in Piazza San Pietro, nel corso della Celebrazione del Grande Giubileo dell’anno 2000.
Il 27 aprile 2014 Giovanni XXIII è stato canonizzato da Papa Francesco.

Tornando alla sua elezione a Papa, il cardinale Roncalli ne scrisse (senza venir meno agli obblighi di segretezza imposti) in un diario che ha tenuto per gran parte della sua vita e che vi consiglio di approfondire perchè di grande interesse. Qui, per questioni di spazio vi posso riportare sdoltanto gli scritti salienti inerenti i giorni della sua salita al trono papale. Il 19 ottobre registrava quindi la partecipazione alla congregazione cardinalizia. Significativamente questa volta annotava che « l’acqua si fa bollente circa le personalità che dovrebbero emergere dal Conclave. Dovrebbe apparire giorno per giorno la sincerità delle persone e dei vari gruppi che si formano. Niente di impressionante per me che la grazia del Signore rende preparato a tutto ». È significativo in ogni caso il dato dei fitti colloqui che Roncalli ebbe anche in queste ore (Fossati, Ciriaci, Cicognani, Aloisi Masella, Ottaviani, Tardini), a riprova del forte interesse del patriarca per l’esito dell’elezione pontificia. Capovilla testimonierà più tardi come nei giorni immediatamente precedenti l’inizio delle votazioni avvenne un importante metamorfosi nell’atteggiamento di Roncalli : venendo a Roma e sentendo fare anche il suo nome aveva pensato in un primo momento che lo si prendesse in giro, considerata anche la sua età avanzata ; ma lentamente aveva realizzato che la possibilità di una sua elezione era concreta e aveva iniziato quindi a vagliare le implicazioni che essa avrebbe comportato. Sempre Capovilla ha tracciato più tardi un’efficace analisi delle condizioni generali che presiedevano all’elezione papale del 1958 : « è sicuro che molte simpatie convergevano su Agagianian, considerato più romano che orientale : connotazione, questa, che non piaceva alle comunità orientali presenti a Roma. Messa da parte la candidatura Agagianian l’orizzonte si restringeva, tanto più che i non italiani escludevano l’elezione di un curiale. L’arcivescovo di Firenze Dalla Costa aveva 87 anni, quello di Torino Fossati 82, l’arcivescovo di Bologna Lercaro suscitava perplessità a motivo delle sue sperimentazioni pastorali, indubbiamente profetiche, ma per alcuni non esenti da riserve. Cardinale vicario di Roma era Clemente Micara di anni 81, proveniente dalla diplomazia. L’arcivescovo di Napoli Alfonso Castaldo non era cardinale. Restavano gli arcivescovi di Genova e Palermo : Siri di anni 52 e Ruffini di 70. Universalmente stimati, li si temeva per il loro carattere autoritario. Prevalse l’immagine di un candidato mite e dialogante […]. Su 51 votanti 18 erano più anziani di Roncalli, 7 gli erano coetanei o quasi ».
Il 21 ottobre, dopo la celebrazione dei funerali dell’amico Celso Costantini, Roncalli ebbe altri appuntamenti interessanti : con Vittorino Veronese, presidente dell’Azione Cattolica, Jean Guitton e, soprattutto il cardinale Feltin. Tutti erano coscienti di come il voto dei cardinali francesi fosse determinante per il conclave, perché se i porporati d’oltralpe fossero rimasti uniti potevano seriamente creare problemi a qualsiasi altro candidato. Del colloquio con Feltin Roncalli non appuntava nulla, ma sarà il cardinale francese, interrogato più tardi nel processo di beatificazione a riferire che « la veille de l’ouverture du Conclave, il m’invita à prendre le thé. Nous avons parlé des candidats possibles. Il me dit : “Est-ce que vous avez entendu dire qu’on parlait de moi” “Nullement” répliquai-je ».

Il 23 ottobre, dopo un omaggio alla tomba di Pio XII nelle grotte Vaticane, Roncalli compiva una nuova visita ai cardinali francesi, incontrando Grente (Le Mans) e Roques (Rennes), descritti come « amabili » per la sua « povera persona », il conclavista del cardinale Grente, che tenne compagnia al patriarca per qualche minuto prima di introdurlo al suo ospite, ricorderà che Roncalli gli disse « “Il y a trois choses que je ne connais pas, l’ennui, l’énervement et la fatigue”. Je rapportai par la suite ces propos au cardinal Grente, qui me dit : “S’il en est ainsi, il y a de quoi faire un pape”. Il ne me parla pas directement du conclave, se bornant à me dire : “C’est le Saint-Esprit qui guide tout” ».
Il 24 ottobre, vigilia dell’inizio del conclave, Roncalli faceva un sopralluogo nell’alloggio che gli era stato destinato, la cella n. 15, corrispondente alla camera del comandante delle Guardie Nobili. Il tono rasserenante dell’agenda rivelava però a questo punto un’impennata rispetto ai giorni precedenti, perché il patriarca annotava di aver avuto alcuni « contatti passeggeri » con i cardinali Pizzardo e Ottaviani per « dissipare malintesi dolorosi, indipendenti dalla mia persona. Per me sono occasione di sottrarmi dalle responsabilità pontificali e ne godo. Ma quale offesa alla giustizia: quali mistificazioni legate ad interessi personali e di ordine materiale ! Deus nos adiuvet » Non è del tutto chiaro cosa fosse avvenuto, ma è certo comunque che in queste ore il cardinale Roncalli aveva maturato la quasi certezza di essere eletto papa. Ce lo confermano due lettere che aveva inviato proprio sotto questa data, con la consapevolezza che esse sarebbero pervenute ai destinatari solo nel momento in cui i cardinali sarebbero stati reclusi nel conclave. La prima indirizzata all’amico Giuseppe Battaglia, vescovo di Faenza, al quale scriveva di non lasciare partire per Roma il suo nipote sacerdote, incardinato nella diocesi emiliana, sino al momento in cui eventualmente egli non avesse dato disposizioni al riguardo : « Io sto nel solco di Pio X e basta », scriveva Roncalli. « Quando sentirete dire che ho dovuto cedere al volo dello Spirito Santo, espresso dalle volontà riunite, vogliate lasciar venire don Battista a Roma, accompagnato con la vostra benedizione […]. Quanto a me volesse il cielo ut transeat calix iste ! Per questo fatemi la carità di pregare per me ed insieme con me. […] Di tutto questo naturalmente acqua in bocca », nelle stesse ore scriveva quindi al bergamasco Giuseppe Rossi, officiale presso la Penitenzieria Apostolica, che si sentiva « innocente di quanto può e accenna ad accadere. Veramente non c’è entrato nel mio spirito che il pensiero della voluntas Dei, che so benissimo che cosa potrà costare alla mia povera vita ».

Il 25 ottobre, giorno d’inizio del conclave, Roncalli scriveva anzitutto della partecipazione alla messa De eligendo Pontifice e l’orazione pronunciata da monsignor Bacci ‑ in cui molti avevano intravisto una presa di distanza rispetto alla situazione che si era determinata negli ultimi anni di pontificato di Pacelli ‑ veniva descritta come « un discorso ben indovinato […] In esso affermò alcune cosuccie meritevoli di attenzione e di riforma sul metodo e sui contatti del nuovo Papa col clero, Cardinali di Curia e Vescovi ecc : meno libri e discorsi, e più familiarità cogli uomini della Curia e cogli affari ».
Roncalli porterà con se l’agenda anche nel recinto del conclave, ma resterà scrupoloso di fronte al rischio di violare il segreto. Così non riferirà nulla dell’andamento degli scrutini, ma fornirà una prospettiva davvero unica di un partecipante al conclave. Del primo giorno di votazioni scriveva di « Emozioni varie nel primo scoprimento delle intenzioni dei Cardinali : più gravi nel pomeriggio, avendo io stesso dovuto leggere il mio povero nome. C’è ancora tempo per una sorpresa che mi potrebbe attendere. L’aspetto sino da ora a mia umiliazione e per il mio bene migliore. In serata », aggiungeva, « mi dispensai dallo scendere nella sala Borgia per il desinare. E mangiai poco in camera recandomi poi a pregare, a pregare con viva intensità di rassegnazione, di umiliazione e di pace nella capella della Contessa Matilde ». L’informazione è interessante, perché se Roncalli aveva deciso di appartarsi era appunto per consentire ai cardinali un più libero scambio di informazioni sul suo conto. Ma le note del 27 ottobre segnalano un inatteso arresto della sua candidatura. Il patriarca infatti appuntava : « II giorno, che sembrava quasi conclusivo e non lo fù. Nelle sedute del pomeriggio peggio che peggio. Per alcune persone è venuta l’ora del “Ignosco et dimitto” […]. Sì, io passo sopra e perdono di buon cuore e trovo gusto di perdonare. Così il Signore mi mantenga la delizia interiore di farlo e di farlo sempre usque vivam. Questo è il modo più perfetto di vivere e di morire »; quindi annotava di essere tornato a mangiare insieme a tutti gli altri cardinali : era un ulteriore segnale di come Roncalli avesse preso atto del declino della sua candidatura ? Ma soprattutto cosa c’era da perdonare ? Forse il fatto che alcune promesse di voto erano venute mancare ? Non è chiaro se ciò sia avvenuto proprio in queste ore, ma è ormai assodato che il patriarca, durante la sede vacante, era dovuto intervenire più volte per smentire la voce circolante tra i cardinali che egli fosse ammalato o afflitto da una grave forma di diabete, un’idea che poteva facilmente attecchire tra i porporati se si consideravano i malori accusati dal cardinale Roncalli durante i novendiali e il fatto che ben tre sorelle e un fratello di quest’ultimo erano morti di cancro nel quinquennio precedente.
Ma la pagina del 28 ottobre 1958 registrava un ulteriore e decisivo ribaltamento dell’andamento del conclave : d’altro canto sarà lo stesso Giovanni XXIII a confidare pubblicamente pochi mesi dopo agli studenti del Collegio armeno e alla presenza del cardinale Agagianian che i loro due nomi « si avvicendavano, or su or giù, come i ceci nell’acqua bollente ». Oscillazioni delle quali darà conto più tardi anche il cardinale Wyszyński, quando ricorderà che al momento in cui era stata proclamata l’elezione di Roncalli, « nella cappella era sceso un silenzio unito per molti ad un senso di sorpresa per l’esito della votazione, giacché i voti in queste votazioni erano molto sparsi ; l’esito finale aveva sorpreso pure me ». E ancora in una pagina del Giornale dell’Anima risalente al 1962 si può leggere che Giovanni XXIII considerava una « grazia » l’aver accettato « con semplicità l’onore ed il peso del pontificato con la gioia di poter dire di nulla aver fatto per provocarlo : proprio nulla : anzi con studio accurato e cosciente di non fornire da mia parte alcun richiamo sulla mia persona : ben contento fra le variazioni del Conclave quando vedevo alcune possibilità diradarsi nel mio orizzonte e volgersi sopra altre persone, veramente anche a mio avviso degnissime e venerande ».Certo, erano righe che lasciavano ben vedere come i quattro anni trascorsi dagli eventi dell’ottobre del 1958 avessero stemperato l’emozione e la tensione, che pure anche il cardinale Roncalli aveva provato all’indomani della morte di Pio XII. Ma neppure la clamorosità di ciò che gli accade il 28 ottobre 1958 distoglie Roncalli dal compilare la sua pagina d’agenda quotidiana, restituendoci così il clamoroso racconto di un uomo che scriveva sul proprio diario del giorno in cui era diventato papa : « Conclave al III giorno. Festa dei S.S. Apostoli Simone e Giuda. S. Messa nella capella Matilde : con molta devozione da mia parte. Invocati con speciale tenerezza i miei Santi Protettori : S. Giuseppe, S. Marco, S. Lorenzo Giustiniani, S. Pio X perché mi infondano calma e coraggio. Al IX e XI scrutinio il mio povero nome ritorna in alto. Non credetti bene discendere a desinare coi Cardinali. Mangiai in camera. Seguì un breve riposo e un grande abbandono. All’XI scrutinio, eccomi nominato papa. […] Si direbbe un sogno : ed è, prima di morire la realtà più solenne di tutta la mia povera vita »-




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