Movienerd – Cinema – Storie di guerra – “Il Varco”

Il Varco – L’Ucraina come teatro di guerra in un suggestivo e fantasmatico mix di found footage e riprese ad hoc. “Il varco” parla di guerra, conflitti dolorosi, personaggi che lottano per sopravvivere!

1941, un soldato italiano parte per il fronte sovietico. L’esercito fascista è alleato di quello nazista, la vittoria appare vicina. Il convoglio procede tra i canti e le speranze. La mente del soldato torna alla malinconia delle favole raccontategli dalla madre russa. A differenza di molti giovani commilitoni, lui ha già conosciuto la guerra, in Africa, e la teme. Il treno attraversa mezza Europa, avventurandosi nello sterminato territorio ucraino. All’arrivo dell’inverno l’entusiasmo cade sotto i colpi dei primi morti, del gelo e della neve. I desideri si fanno semplici: non più la vittoria, ma un letto caldo, del cibo, tornare a casa. L’immensa steppa spazzata dalla tormenta sembra popolata da fantasmi.

Il varco è una storia di finzione costruita con filmati di repertorio, ufficiali e amatoriali. È il racconto in prima persona e in soggettiva di un soldato durante la fallimentare campagna di Russia della Seconda Guerra Mondiale.

Nel creare la storia di un uomo alla deriva nel “cuore di tenebra” della guerra, abbiamo attinto a immaginari anche apparentemente lontani tra loro: il romanzo d’avventura, le fiabe popolari russe, la coscienza sporca del colonialismo fascista, e i diari e i memoriali dei soldati italiani sul fronte orientale.

Come le pellicole che lo compongono è un film popolato di spiriti. Fantasmi che vagano sempre più numerosi nella steppa ucraina, man mano che la guerra si fa sempre più disperata. Ricordi che si insinuano nella mente del protagonista e lo riportano agli orrori della guerra coloniale. E infine frammenti di una guerra futura che si combatte oggi in Ucraina, negli stessi luoghi dove gli italiani combatterono tra il 1941 e il 1943. Presente e passato sono due binari paralleli che, col procedere del film, si avvicinano e confluiscono. Come se le ferite di oltre 70 anni fa, nel cuore dell’Europa, non si fossero mai rimarginate.

“Il Varco” nasce dall’ambizioso proposito di Ferrone e Manzolini: costruire, forse per la prima volta, un film di finzione attraverso documenti audiovisivi pubblici e privati di origine disparata, fondendoli in un unico punto di vista soggettivo, con una voce narrante che è anche flusso di coscienza.

Si inserisce così in un percorso artistico e produttivo che coinvolge i due registi, Kiné, l’Istituto Luce Cinecittà e Home Movies – Archivio Nazionale del film di famiglia. Un percorso che vede nella riscoperta e nella rielaborazione creativa dei filmati di repertorio uno strumento espressivo assolutamente originale per raccontare la storia d’Italia e non solo.

Nel 2013 il film Il treno va a Mosca, prodotto sempre da Kiné, aveva già visto la collaborazione di registi, Luce e Home Movies, ed era il racconto della vicenda umana di Sauro Ravaglia, barbiere comunista oggi ottantenne, rielaborata attraverso l’uso creativo di filmati girati dal protagonista e da altri cineamatori e militanti come lui. Con Il varco è stato fatto un deciso passo avanti nel territorio della finzione. Pur rispettando le coordinate storiche del periodo in cui è ambientata la storia, questa è stata scritta con assoluta libertà creativa.

Dopo un lungo periodo di ricerca e visioni, gli autori hanno deciso di concentrarsi su un periodo ben preciso: gli ultimi 10 anni del regime fascista, periodo in cui cominciano a essere numerosi i materiali amatoriali (il 16mm e il 9,5mm nascono all’inizio degli anni ‘20 ma è dal 1932, grazie all’8mm, che la pratica del cinema amatoriale si diffonde maggiormente).

Il materiale Luce su quel periodo è per ovvie ragioni ricchissimo. I fondi privati maggiormente utilizzati nel film sono quelli di Adolfo Franzini e di Enrico Chierici, due soldati che hanno partecipato alla campagna di Russia e hanno filmato in 9,5mm e 16mm il loro viaggio. Entrambi dotati di una particolare capacità tecnica (Chierici veniva da una famiglia di fotografi genovesi) probabilmente hanno realizzato riprese private parallelamente ad altre realizzate in modo ufficiale per l’Esercito Italiano.

Le loro storie hanno ispirato la scrittura degli autori. Un grande lavoro di preparazione ha preceduto la scrittura, poi affinata con l’apporto fondamentale di Wu Ming 2 e l’interpretazione di Emidio Clementi.

La scrittura e la produzione del film si sono nutrite anche di ricerche e riprese effettuate nei territori dell’Ucraina centro-orientale (nelle regioni di Dnipro, Kirovograd e Donetsk) dove erano stati girati i filmati di Franzini e di Chierici. Quegli stessi territori dove si è da poco combattuta, o ancora si combatte, una tragica guerra.

Ma andiamo a scoprire chi sono i registi di questo interessantissimo lavoro.

Federico Ferrone (1981) e Michele Manzolini (1980) lavorano insieme dal 2007. Il loro lavoro negli anni si è concentrato sull’uso creativo dei repertori audiovisivi, in film alla frontiera tra archivi, documentario e finzione. I loro film sono stati selezionati, tra gli altri, ai festival di Karlovy Vary, Visions du Réel e Doclisboa. Il loro ultimo film Il treno va a Mosca è stato presentato in concorso al 31° Torino Film Festival.

Federico Ferrone narra la realizzazione del film: “La ricerca che abbiamo fatto ci ha portato a scoprire vari fondi archivistici realizzati dai soldati in Russia. Molti sono noti, come quelli dell’Istituto Luce, altri completamente inediti, come quelli delle famiglie Franzini e Chierici. Il punto forte è stato usare questo materiale per rompere con il documentario e inventare una storia verosimile, legata alle coordinate storiche.

Usare un personaggio nuovo, di finzione, con particolari precisi (ha un passato sporco che lo perseguita dalla sua esperienza in Africa, ha legami famigliari con la Russia) ci ha dato una libertà. Creare questo personaggio pone delle questioni narrative e morali importanti, non tanto quando le immagini raccontano una storia collettiva ma quando si affronta la sua parte intima. Abbiamo utilizzato l’archivio personale di una persona reale per raccontare la vita privata nel nostro protagonista. Fare vedere una donna e definirla la moglie del protagonista quando quella donna è stata la moglie di qualcuno veramente di qualcun’altro è qualcosa di forte”

Michele Minzolini racconta: “Andando a documentarci ci siamo accorti che i luoghi dei combattimenti e delle stragi del ’41 sono gli stessi della prima guerra mondiale e, soprattutto, della guerra attuale tra Ucraina e Russia. Non c’era la volontà di fare un collegamento troppo esplicito all’attualità. Volevamo dire che forse non è casuale che quei nomi ritornano. Dove si è combattuto con grande violenza le ferite non si rimarginano più. Il nostro è un film di fantasmi. dove il protagonista è attraversato da un passato sporco, un presente incerto e un futuro violento, il nostro oggi“.

Il produttore Claudio Giapponesi aggiunge: “Il varco non è assolutamente un documentario ma è un prodotto che rompe i confini del genere. In un’opera del genere c’è un equilibrio difficile ma mai selvaggio. Non abusiamo dei materiali ma siamo sempre rispettosi degli archivi. E’ stata coraggiosa la scelta di Barbera di invitarci perchè un prodotto così non riesce a entrare in un festival di documentari ma neanche in uno di cinema di finzione. Essere qui ci permette di dimostrare che un Cinema di questo tipo si può e si deve fare.”

“Il nostro film è il punto d’arrivo di un percorso filologico e storico, fatto per anni dentro gli archivi. Con la famiglia Chierici, di cui abbiamo usato l’archivio privato per i flashback famigliari del nostro protagonista, ad esempio, si è creato un rapporto di fiducia. Il nostro percorso di ricerca nasce solo attraverso il lavoro e il rapporto con chi quei film li ha fatti. Questo ci avvicina a queste immagini, le loro immagini, con grande consapevolezza.“

Al termine della proiezione resta nell’animo la storia di chi ha combattuto quelle battaglie.

Si passa dai ricordi delle favole raccontate dalla madre russa, alle steppe del territorio ucraino dove lui è diretto, dai cadaveri dei primi morti al gelo della neve. Il suo desiderio ora non è più lo stesso di quando è partito, bensì accovacciarsi su un letto caldo, assaggiare del cibo normale e tornare a casa. La stessa steppa diviene popolata da fantasmi, mentre i suoni evocano un presente distante dalle immagini mostrate.




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